Libere: quando la libertà nasce dal confronto tra pari

Pubblicata il 11/03/2026


Un percorso educativo che parte da una tazza di tè. Nel progetto Libere, sostenuto da Fondazione Unipolis attraverso il Bando ACT 2024 – Area Disuguaglianze, il cambiamento prende forma proprio così: in spazi di incontro informali, in cui ragazze e giovani donne possono parlare, ascoltarsi e riconoscersi nelle storie delle altre.

Il metodo con cui si affronta questa sfida è quello della peer education: un approccio educativo basato sull’apprendimento tra pari che valorizza relazioni orizzontali fondate su fiducia, riconoscimento reciproco e condivisione delle esperienze. Una metodologia sviluppata in ambito socio-educativo e di promozione della salute, particolarmente efficace quando i modelli educativi tradizionali faticano a intercettare bisogni, linguaggi e vissuti complessi.

Quando il confronto avviene tra persone che condividono contesti, età o esperienze simili, diventa più facile parlare di temi sensibili: diritti, autodeterminazione, relazioni familiari, libertà di scelta. Il dialogo tra pari favorisce processi di identificazione, rafforza l’autoefficacia e permette di affrontare questioni difficili con maggiore apertura.

Nel progetto Libere, la peer education non è soltanto uno strumento educativo: è una scelta metodologica e politica, che mette al centro la relazione e la costruzione condivisa di consapevolezza. Per saperne di più abbiamo intervistato lo staff di Dedalus Cooperativa Sociale, promotrice del progetto.

Perché avete scelto la peer education come approccio del progetto Libere? Quale bisogno sentivate di intercettare?

La scelta della peer education nel progetto Libere nasce dalla volontà di creare uno spazio educativo in cui il dialogo e la condivisione tra pari diventino strumenti di empowerment. Questo approccio permette alle operatrici di costruire relazioni di fiducia autentica con le ragazze, facilitando l’emergere di esperienze personali che spesso rimangono difficili da esprimere in contesti più formali.

Uno dei bisogni centrali che volevamo intercettare riguarda ragazze di origine pakistana, bengalese e srilankese che possono essere esposte al rischio di matrimoni combinati, forzati o precoci, offrendo loro la possibilità di esplorare alternative, riflettere sulla propria autonomia e acquisire consapevolezza dei propri diritti in un contesto protetto e partecipativo.

Allo stesso tempo, questo metodo aiuta ad affrontare discriminazioni quotidiane che limitano la libertà delle ragazze. Un esempio emblematico riguarda due partecipanti che non hanno potuto prendere parte a una proiezione cinematografica proposta durante il Tè delle ragazze a causa di vincoli familiari. Situazioni come questa mostrano quanto sia importante fornire strumenti per riconoscere e discutere quei vincoli culturali o sociali che incidono sulla libertà individuale.

Il progetto affronta anche tematiche legate al corpo e all’identità personale. Durante gli incontri del Tè delle ragazze, le partecipanti condividono frustrazioni, insicurezze e piccoli conflitti quotidiani, trovando nello scambio con le pari uno spazio di riconoscimento e riflessione. In questo modo la peer education diventa non solo un metodo, ma una vera strategia per costruire consapevolezza di sé e resilienza.

Le basi teoriche della peer education si collocano nelle teorie dell’apprendimento sociale e nel costruttivismo. Cosa significa, concretamente, nel vostro lavoro quotidiano?

Nel lavoro quotidiano questo si traduce in momenti di condivisione semplice e intima, come bere il tè insieme durante i laboratori.

Questi momenti contribuiscono ad abbattere barriere culturali e linguistiche, creando uno spazio in cui le ragazze possono esprimersi liberamente e senza giudizio. La convivialità, i gesti di cura e la possibilità di raccontare esperienze personali favoriscono il senso di appartenenza e la fiducia reciproca.

Quali condizioni sono necessarie perché questo spazio sia davvero sicuro e non giudicante?

Perché il percorso sia efficace è fondamentale costruire alcune condizioni di base: fiducia reciproca tra ragazze e operatrici; rispetto e tutela della privacy; ambienti intimi, accoglienti e protetti; un linguaggio delicato, attento alle sensibilità culturali e personali.

Un esempio concreto è il laboratorio ispirato alla figura di Frida Kahlo, durante il quale le ragazze hanno scritto il “libro della propria vita”, dividendolo in capitoli e riflettendo sui momenti chiave della loro storia. Questo esercizio ha permesso di condividere esperienze, riconoscere il proprio percorso e rafforzare la propria identità in un contesto sicuro.

Qual è il ruolo dell’operatrice in un percorso di peer education? Come cambia la vostra postura professionale?

L’operatrice peer svolge un ruolo complesso e articolato. Da un lato coordina e organizza il gruppo, definendo tempi e modalità delle attività; dall’altro facilita il confronto e la riflessione delle ragazze, aiutandole a mediare tra la cultura di appartenenza e la società in cui vivono.

La comunicazione deve essere accessibile, chiara e rispettosa, capace di spiegare concetti complessi senza imporre giudizi. In questo modo la relazione educativa diventa più profonda e significativa: la guida dell’operatrice si combina con la responsabilizzazione attiva delle ragazze.

Che tipo di protagonismo emerge quando il metodo funziona davvero?

Il metodo si dimostra efficace quando si osservano cambiamenti concreti: maggiore sicurezza, capacità di esprimersi liberamente, partecipazione attiva e condivisione di esperienze personali.

Il protagonismo delle ragazze emerge in diversi ambiti: nella scoperta delle proprie capacità empatiche, nello sviluppo della resilienza e nella consapevolezza delle proprie potenzialità. Alcune imparano a gestire situazioni complesse all’interno della famiglia o della comunità, altre iniziano a prendere parola su temi come il corpo, le relazioni e l’autonomia.

Attraverso laboratori di educazione sessuo-affettiva e momenti di scambio, le ragazze diventano a loro volta peer, assumendo un ruolo attivo nei loro contesti di vita quotidiana e fungendo da sentinelle e punti di riferimento per le altre.

Quali sono le principali sfide della peer education in contesti complessi come quelli di Libere?

Le sfide principali riguardano la convivenza di culture e religioni diverse che, in alcuni casi, possono esprimere visioni restrittive dei diritti e della libertà femminile. A questo si aggiungono la difficoltà delle ragazze ad aprirsi e la complessità di affrontare temi delicati o conflittuali.

La sfida più grande rimane quella di accompagnare le ragazze nel percorso di esercizio della libertà di scelta, affinché possano determinare il proprio futuro in autonomia.

Costruire libertà, insieme

I cambiamenti generati da progetti come Libere non sempre sono immediatamente visibili. A volte iniziano con piccoli segnali: una ragazza che prende la parola per la prima volta, una domanda che prima non avrebbe avuto spazio, una consapevolezza che lentamente si fa strada.

La peer education funziona proprio perché non trasmette semplicemente contenuti, ma costruisce relazioni e possibilità. Spazi in cui le persone non sono destinatarie passive di un intervento, ma protagoniste del proprio percorso.

In questo senso, Libere dimostra come il lavoro educativo possa diventare anche un lavoro di emancipazione: un processo collettivo che passa dall’ascolto, dal confronto e dalla fiducia reciproca.