Pubblicata il 12/06/2026
Imparare ad andare in bicicletta può sembrare un gesto semplice, ma significa conquistare nuove possibilità: muoversi liberamente, raggiungere il lavoro, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola e vivere con maggiore autonomia il proprio territorio.
È da questa consapevolezza che nasce “stradAbile a pedali”, il percorso promosso da Fondazione Unipolis nell’ambito del progetto stradAbile per rendere la mobilità più accessibile e inclusiva per le donne con background migratorio. Attraverso lezioni pratiche e di educazione stradale, il progetto accompagna 200 donne tra Bolzano, Catania, Modena e Parma in un percorso per imparare a pedalare in sicurezza, a riconoscere la segnaletica e a fare piccole riparazioni. Così, la bici diventa strumento di indipendenza, inclusione e benessere. Ne abbiamo parlato con Melania Di Nardo e Agnese Ruscelli, rispettivamente Responsabile Bandi e gare di UISP Modena e Responsabile Politiche di genere di UISP Bolzano, per approfondire il lavoro svolto insieme alle donne coinvolte, le possibili barriere alla loro partecipazione e gli strumenti messi in campo per favorirla.
Da quali bisogni concreti delle donne migranti è nata l’idea di costruire un percorso dedicato esclusivamente a loro?
La bicicletta non è solo un mezzo di trasporto, ma uno strumento di emancipazione. Molte donne migranti dipendono dai mezzi pubblici o dai familiari per spostarsi. Imparare ad andare in bici risponde al bisogno di muoversi in autonomia, riducendo l’isolamento e inserendosi meglio nel tessuto sociale.
Quali sono le principali difficoltà che impediscono alle donne migranti di partecipare a percorsi di questo tipo?
Barriere linguistiche, isolamento sociale e, soprattutto, la mancanza di tempo libero a causa di ritmi di vita intensi e una grande mancanza di fiducia da parte di molte delle partecipanti. Anche gli incarichi di cura incidono in modo drastico. Senza una rete di supporto, le donne tendono a rinunciare a qualsiasi attività extra-familiare. Se il progetto non si adatta a questa realtà, rischia l’esclusione delle partecipanti più vulnerabili.
Quali accorgimenti concreti avete introdotto per rendere il percorso realmente accessibile alle partecipanti?
Flessibilità oraria, mediazione linguistica e culturale, fornitura gratuita di biciclette e caschi e la partecipazione di almeno una operatrice per fare sentire le partecipanti accolte e al sicuro. Èstata anche prevista la possibilità di portare i figli durante le attività, con la presenza di educatori dedicati attraverso un servizio di babysitting, che nasce dalla consapevolezza che, altrimenti, molte madri non avrebbero potuto frequentare il percorso.
Quali strategie avete utilizzato per far sentire le partecipanti accolte e non giudicate?
Ascolto attivo, valorizzazione dei piccoli traguardi, assenza di voti o giudizi, momenti di condivisione informale e un grandissimo lavoro di sensibilizzazione sugli operatori coinvolti nel progetto.
A Bolzano avete coinvolto anche le forze dell’ordine. Che valore ha avuto questa esperienza?
Demistificare la figura della polizia, spesso vista nei paesi d’origine, o per esperienze pregresse, come un organo puramente repressivo è un punto molto importante del progetto. Le forze dell’ordine diventano qui una figura di supporto per la sicurezza stradale e l’educazione civica. Inizialmente qualcuna ha provato diffidenza o timore. L’approccio dialogante degli agenti e il fatto che si siano presentate agenti donne è servito a trasformare il timore in fiducia.
stradAbile a pedali è un progetto che unisce una necessità pratica come quella di spostarsi in maniera autonoma, con un bisogno di socialità che alle donne migranti viene spesso a mancare. Grazie al percorso, infatti, le donne passano dal vivere la città in modo passivo al riappropriarsene, a occupare fisicamente la strada, ma allo stesso tempo hanno l’occasione di creare momenti di collettività e supporto fondamentali. Le ciclofficine, per esempio, così come i momenti informali tra le partecipanti hanno avuto anche una funzione di aggregazione sociale. Riparare insieme una bici o chiacchierare a fine lezione crea comunità, rompe l’isolamento e favorisce il mutuo aiuto tra donne di diverse nazionalità.
I corsi proseguiranno nelle quattro città toccate dal progetto per tutto il 2026. A settembre è infatti prevista l’attivazione di nuovi gruppi aperti a donne migranti pronte a mettersi in gioco.