Pubblicata il 04/05/2026
La bicicletta è uno dei mezzi sempre più centrali nei sistemi di trasporto europei. È una leva concreta per città più sane, meno inquinate e congestionate, oltre che uno strumento accessibile per migliorare la qualità della vita. Non è un caso che sempre più politiche pubbliche ne incentivino l’uso, spingendo verso modelli di mobilità più sostenibili.
Eppure, in Europa i ciclisti continuano ad essere gli utenti della strada più vulnerabili. Secondo il nuovo rapporto dell’European Transport Safety Council (ETSC), di cui Fondazione Unipolis è membro per l’Italia, nel 2024 sono stati 1.926 i ciclisti che hanno perso la vita sulle strade dell’Unione europea, un dato che racconta un progresso troppo lento. Nell’ultimo decennio (2014–2024) i decessi sono diminuiti solo dell’8%, un ritmo insufficiente rispetto agli obiettivi europei, basti pensare che per dimezzare le vittime della strada entro il 2030 sarebbe necessaria una riduzione annua del 6,5%, pari a un ritmo annuo circa tredici volte più rapido di quello registrato nell’ultimo decennio per i ciclisti. Senza un cambio di passo, il divario di sicurezza è destinato ad ampliarsi.
Il rapporto individua con chiarezza le principali cause di rischio: il 65% dei decessi di ciclisti nell’UE è legato a collisioni con veicoli a motore: in particolare automobili (44%), ma anche mezzi pesanti (9%) e furgoni (7%). In questo contesto, la velocità gioca un ruolo decisivo, poiché – come emerge negli studi presi in considerazione dal report – il rischio di morte per un ciclista investito a 50 km/h è di molte volte superiore rispetto a quello a 30 km/h.
In Italia: il quadro fermo da un decennio
Nel confronto con l’Europa, l’Italia è particolarmente in ritardo. Il quadro infatti conferma e in alcuni casi accentua le criticità emerse a livello europeo. La quota di decessi tra ciclisti causati da collisioni con automobili raggiunge il 60%, un valore nettamente superiore alla media UE e tra i più alti insieme a Paesi come Lettonia, Croazia, Polonia e Lituania. Un dato che evidenzia come la convivenza tra veicoli a motore e utenti vulnerabili, continui ad essere una delle principali leve problematiche del fenomeno in Italia.
Guardando agli ultimi dati disponibili nel report (2021–2024), sono stati 822 i ciclisti che hanno perso la vita sulle strade italiane, mentre hanno raggiunto quota 60.488 i feriti gravi registrati secondo la classificazione disponibile nel report. Numeri che restituiscono una dimensione strutturale del fenomeno, non riconducibile a episodi isolati, ma a condizioni di sicurezza ancora insufficienti. Anche nel lungo periodo, il trend mostra segnali di stagnazione: nel decennio 2014–2024, il numero di feriti gravi tra i ciclisti in Italia è diminuito appena dello 0,4%.
La responsabilità politica della mobilità sostenibile
L’ETSC richiama governi nazionali e Commissione europea a un intervento urgente su due direzioni principali: riduzione della velocità sulle strade e infrastrutture più sicure. Dove ciclisti e traffico motorizzato condividono lo spazio, i limiti a 30 km/h rappresentano una misura fondamentale, così come l’investire in infrastrutture ciclabili di qualità. Corsie protette, piste dedicate e incroci sicuri rappresenta la condizione sine qua non per rendere credibili le politiche di promozione della mobilità sostenibile, senza le quali incentivare l’uso della bicicletta rischia di rimanere una promessa politica incompleta, che lascia ai singoli cittadini la totale responsabilità della propria vita sulla strada.
Come sottolinea Jenny Carson, coautrice del rapporto: “Non si può chiedere alle persone di andare in bicicletta e poi non proteggerle dal traffico che sfreccia a tutta velocità”. Un richiamo diretto alla responsabilità delle politiche pubbliche, che oggi più che mai devono tenere insieme obiettivi ambientali e sicurezza.