Pubblicata il 25/02/2026
Nell’articolo dedicato alla storia di Elena abbiamo raccontato cosa significa crescere “fuori famiglia” in Italia, attraversando il passaggio delicato dall’accoglienza all’autonomia. Oggi proseguiamo quel racconto, spostando lo sguardo dai dati sul vissuto individuale alla dimensione collettiva: cosa accade quando i ragazzi e le ragazze che hanno vissuto in comunità o in affido compiono 18 anni? Quali strumenti hanno per non trovarsi soli?
Il progetto Caring is Sharing, sostenuto da Fondazione Unipolis attraverso il Bando ACT 2024 – area Disuguaglianze, nasce proprio per rafforzare i percorsi di autonomia delle e dei Care Leavers, consolidando il lavoro del Care Leavers Network: una rete di giovani tra i 16 e i 26 anni che vivono o hanno vissuto un periodo della loro vita “fuori famiglia”: in casa-famiglia, comunità o affido familiare. Ragazzi e ragazze che scelgono di essere protagonisti della propria storia, impegnandosi in un percorso di partecipazione e cittadinanza attiva.
Il Network è un progetto di Agevolando, attivo in Lombardia, Piemonte, Umbria, Emilia-Romagna, Sardegna, Lazio, Sicilia e Toscana, con una dimensione territoriale e momenti di incontro nazionali. Da questa esperienza nasce Caring is Sharing, progetto sostenuto da Fondazione Unipolis nell’area Disuguaglianze, che rafforza il modello di accompagnamento, continuità e partecipazione dei Care Leavers.
Ne parliamo con Cecilia Dante, Coordinatrice del Care Leavers Network Italia
Il momento dei 18 anni è spesso raccontato come uno spartiacque netto. Dal tuo punto di vista, cosa succede davvero in quel passaggio?
È il momento in cui i ragazzi e le ragazze passano da un appoggio totale al doversi arrangiare. Succede a 18 anni e un giorno. Se per i loro coetanei coincide con una festa, per loro spessissimo è un passaggio negativo. Non c’è più nessuno che li tuteli.
Nei sistemi di compromissione familiare, là dove una famiglia non riesce a sostenere il minore, da Costituzione interviene lo Stato, per interesse superiore. Tutto però finisce con la maggiore età; ma se compiere 18 anni può essere il momento giusto per iniziare a votare o guidare, è impensabile che lo possa essere per gestire in autonomia la propria vita. E il problema è che non esiste un passaggio graduale: si passa da un “penso a te in tutto e per tutto” a uno stop improvviso.
Nel vostro lavoro la continuità è un pilastro. Perché “esserci anche dopo” fa così tanta differenza?
Perché affrontare quel passaggio in solitudine è ciò che più li rende vulnerabili. Esserci significa togliere un peso, permettere che il passaggio dall’adolescenza all’età adulta non sia drastico ma più sano. Qualsiasi difficoltà, con qualcuno accanto, pesa meno.
Il Care Leavers Network è a libero accesso: si può entrare, uscire, tornare. Che effetto ha questa “porta sempre aperta”?
Dà ai ragazzi la possibilità di vivere qualcosa che non hanno mai avuto e vissuto, perché ciò che viene proposto istituzionalmente è in una qualche misura “imposto”, risponde a un modello stabilito e valido per tutti. Il network è uno spazio in cui questo schema si smonta perché vive come proposta, proponendo una modalità partecipativa.
Il primo passo è la volontarietà, di entrarne o uscirne, di partecipare o meno, di dire o ascoltare. Che non vuol dire che poi non ci sia responsabilità, semplicemente è condivisa. Ci si mette un po’ a far arrivare questa cosa ai ragazzi, a far acquisire loro una metodologia tanto differente.
Spesso si parla di autonomia come obiettivo uguale per tutti. Voi lavorate su percorsi personalizzati: cosa significa?
Significa non calare un modello unico su tutti, ma costruirne uno per ciascuno, insieme a loro. Si parte da una domanda semplice: di cosa hai bisogno? L’esatto opposto di proporre qualcosa di default.
C’è chi a 18 anni ha già elaborato il proprio trauma e può sentirsi protagonista della propria vita, e chi invece ne è ancora schiacciato. Non esiste un’autonomia “standard”. Esiste un percorso possibile, diverso per ognuno.
L’analisi dei bisogni è una parte centrale del vostro metodo. Quanto conta l’ascolto informale rispetto agli strumenti strutturati?
Il Care Leavers Network è uno spazio d’ascolto, scevro di qualsiasi giudizio. Come dicevamo prima, ognuno partecipa se e come vuole, nel totale rispetto dei suoi tempi. Abbiamo conosciuto ragazzi che per un anno non hanno detto una sola parola, nulla…
È una modalità, un’attenzione che riguarda in pieno la costruzione di un ruolo di fiducia. L’adulto non è là per dirti qualcosa, insegnarti a vivere, ma per capire come può esserti d’aiuto. Se ti senti ascoltato, e dunque presente, inizi a percepire fiducia in te stesso e di conseguenza a riproporlo all’esterno, nelle altre relazioni.
Caring is Sharing nasce dall’esperienza del Network ed è sostenuto dal Bando ACT. In che modo rafforza il vostro lavoro?
Perché è riuscito a capire quanto fosse importante sostenere la continuità di un progetto invece che volerne inventare un altro. Si è capito che il progetto funziona, è solido e collaudato, ma che ha bisogno di sostegno costante. In pochissime parole direi che ha capito Agevolando e ha deciso di stare al suo fianco. Potremmo dire che ha applicato il nostro metodo: ha ascoltato, invece di proporre, e poi ha scelto di esserci.
Come abbiamo detto in un precedente articolo. Oggi riuscite a intercettare circa un Care Leaver su dieci. Qual è l’ostacolo più grande per raggiungere gli altri?
I numeri sono complicati e variabili, ma di sicuro non riusciamo a raggiungere tutti. Uno dei nostri obiettivi invece è proprio quello di poter arrivare a tutti i ragazzi e le ragazze che escono da un percorso di accoglienza. Il vero ostacolo è non esistere nel loro orizzonte, non essere tra le loro possibilità in quel momento così particolare e difficile. Ci piacerebbe dunque poter costruire o allargare una rete che possa aiutarci, e di conseguenza aiutarli, in termini di consapevolezza. Poter essere un’opportunità, una possibilità per loro. Esistere. Se non la conoscono non possono decidere se farne parte o meno.